Cattivi/Appunti di lettura

Da mauriziotorchio.

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Demetrio Paolin. vibrisse, 10 febbraio 2015.
Se dovessimo riassumere per il lettore la trama del romanzo di Maurizio Torchio Cattivi (Einaudi) potremmo farlo in poche e brevissime parole. Un carcerato racconta in prima persona la sua esperienza dell’ergastolo; l’uomo è stato arrestato per il rapimento di una giovane donna e in seguito la sua pena è stata aumentata per un omicidio avvenuto durante la sua detenzione.

Non si veda, però, in Cattivi un testo sociologico sulla questione delle carceri e la loro disumanità. Un approccio di questo tipo non potrebbe che portare il lettore lontano dal cuore del libro, perché nella realtà più profonda il romanzo di Torchio è una riflessione sull’ambiguità di essere vittima.

Il testo, per come è concepito, è un progressivo discendere dell’io narrante, che non ha nome, età e parla da un tempo sempre presente proprio come il tempo di chi ha un’eternità davanti, verso il buio e il fondo. Il tipo di racconto, il modo di presentarsi della storia al lettore, ricorda il mito antico. Più volte durante la lettura ho immaginato questo io che narra come un Prometeo incatenato alla roccia. Una immagine che spiega perché il testo non parli dell’oggi (Cattivi non è un libro cronaca, non ha mai un taglio politico o di denuncia), ma scenda alle radici di cosa è uomo.

Il protagonista non chiede mai scusa di ciò che ha fatto, né si pente. Semplicemente lo racconta e produce in chi lo ascolta uno strano sentimento di disagio, quasi di vergogna, perché le sventure di un uomo suscitano sempre pietà (altro topos della letteratura classica), ma il fatto che questo uomo sia un criminale disturba la nostra coscienza.

Fin dal titolo ravvisiamo questa duplicità: Cattivi. La parola cattivo comunemente ha significato di malvagio, ma captivus in latino identifica il prigioniero di guerra, la persona che viene rinchiusa e privata dalla libertà. È un lascito del medioevo l’idea che il captivus sia il cattivo; e proprio questa sovrapposizione tra malvagio, prigioniero e cattivo ha creato il cortocircuito che Torchio esplora.

A nutrire questa ambiguità di fondo è poi la scelta della prima persona, tutto il racconto è filtrato dall’Io che narra e che quindi tende a portare il lettore la propria versione dei fatti, distorcendo quella che potrebbe essere la realtà. È il caso delle pagine, molto belle tra l’altro, legate al rapporto che viene instaurato tra l’io narrante, carceriere, e la donna rapita. Un rapporto che è fatto ovviamente di reclusione e di privazione di libertà, ma anche di gesti di tenerezza da parte dell’uno verso l’altra e viceversa. Non si pensi a una banale descrizione della Sindrome di Stoccolma. Torchio è abile a non cadere nel cliché e a lasciar intravedere la complessità dell’animo umano, in un racconto che appunto si moltiplica come uno specchio. Infatti il rapporto carceriere e carcerato viene poi ripreso con una nuova variante in cui l’Io narrante è ora carcerato e intrattiene uno dialogo con il comandante, il direttore del carcere, in cui in un certo senso rivede la propria sofferenza e la propria situazione di recluso.

Leggendo il libro non è più chiaro chi sia il “rinchiuso” e chi il “libero”, il lettore è coinvolto in una sorta di carotaggio verso il fondo e scopre che l’io che racconta è una vittima, proprio come è una vittima la donna rapita, o la guardia morta. Si può essere vittime pur avendo fatto il male, è questa la conclusione di Torchio.

Centrale, la vera sostanza dell’opera, è poi il tono o la voce: Torchio riesce a costruire una voce credibile, che possiede in sé qualcosa di terribile e straordinario. Mette in scena in Cattivi l’umano più profondo e lo fa con uno stile preciso e senza fronzoli. È un libro che non ha pose e che enuncia una verità sull’essere vittime e carnefici con una grande naturalità: esiste la possibilità che un uomo compia un’azione malvagia, e che quindi venga visto come cattivo, ma che nello stesso tempo sia vittima. I confini di ciò che è bene e ciò che è male sono più labili di quello che la nostra coscienza vorrebbe. Il compito della letteratura e della scrittura sta proprio nel consegnarci a questa materia trasparente e Torchio lo fa con una lingua precisa, mai artificiale.

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