Cattivi/Cattività maestra di stile

Da mauriziotorchio.

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Gabriele Pedullà. Domenica Il Sole 24 ORE, 10 maggio 2015.

Nonostante il titolo - Cattivi - l'ultimo romanzo di Maurizio Torchio non mette in scena nessun personaggio che meriti veramente questa definizione. In queste pagine anche i violenti, anche i vigliacchi, anche i sadici (e persino un pedofilo) sfuggono alla semplice condanna morale e si sottraggono alle antitesi in bianco e nero. Torchio preferisce infatti rappresentarceli anzitutto come individui sofferenti - e, alla luce delle sue tre prove narrative, proprio la creaturalità può dirsi la cifra più caratterizzante della sua opera, almeno sino a oggi (assai parlante era già il titolo del suo precedente romanzo, Piccoli animali ). Qualunque cosa i suoi personaggi abbiano fatto o facciano, alla fine dobbiamo immedesimarci con il loro dolore. Bontà e cattiveria sono allora tutt'al più questioni di prospettiva. O, dato che Cattivi è un romanzo carcerario, questioni di confine.

Il titolo andrà dunque interpretato per via etimologica. Cattivi, cioè captivi, alla latina: prigionieri (a conferma che, nel libro di Torchio, non soltanto le cose sono sempre diverse da quello che sembrano all'inizio, ma anche le parole rivelano a poco a poco un significato sotto il significato). Anche se al centro del racconto si annida una voce potente e seduttiva che racconta di sé e degli altri alla prima persona, qui il plurale è d'obbligo. Tutte le vicende sono infatti collegate da una medesima legge del desiderio e della frustrazione del desiderio che accomuna carcerieri e aguzzini e che agisce in maniera imprevedibile dentro e fuori dalle mura del penitenziario intrecciando destini e storie. Se, come diceva Forster, l'imperativo principale del romanzo è la connessione, Cattivi merita senz'altro la definizione di iper-romanzo (allegorico, politico, impressionantemente realistico). La grande narrativa otto-novecentesca non offriva pochi modelli per raccontare il carcere, diversissimi ma accomunati dalla volontà di metterne in dubbio la sua stessa esistenza: la prigione romantica, dove ci si scopre paradossalmente liberi (da Stendhal a Borges, e da Bresson ad American Gigolo di Paul Schrader); il mondo-prigione, secondo la tradizione manichea (da Guglielmo Petroni a Manganelli); la prigione-specchio, dove carcerato e carceriere si riconoscono finalmente uguali (da Sciascia a Carmelo Samonà). Non ultimo dei meriti di questo romanzo ispiratissimo è l'offrire ai lettori una mitologia della reclusione completamente originale: il penitenziario-matriosca, che dalla più cupa cella di isolamento al cielo coperto di nuvole non fa che allargarsi, senza smettere però di erigere sempre nuovi muri tra gli uomini.


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