Cattivi/Nel mondo chiamato carcere

Da mauriziotorchio.

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Goffredo Fofi. Internazionale, 13 febbraio 2015.
La parola cattivo viene dal latino captivus, prigioniero, ma anche, nel significato odierno, dice il Devoto-Oli, da captivus diaboli, prigioniero del diavolo e cioè del male. Si presume che Torchio non sia mai stato in carcere, ma ha scritto uno dei libri più belli sulla condizione carceraria o, per estensione, sulla condizione umana, raccontando carcere, carcerati e carcerieri, raccontando la claustrofobia di una società chiusa e passando dalla prima alla terza persona e da una parte all’altra dei confini del carcere/isola. In coda al libro Torchio ringrazia opere e memorie di carcere su cui ha ragionato, dimenticandone varie, come i russi, Genet, e qualche film (Bresson, Becker, altri) e la constatazione di Petroni che "il mondo è una prigione". Ma scava, capisce, racconta il carcere come pochi hanno saputo fare, e il suo è un romanzo e un saggio (Toro, un sequestro e un omicidio, le donne – fuori–, Comandante, lo spazio, i cani...) affrontati con una scrittura secca e staccata, dura, nuova. “Il carcere esiste”, “Il male c’è”, “Tutti si fanno del male”, e la maledizione della prigione (solo di quella?) è “non potersi fidare mai”. In mezzo alle cento sciocchezze settimanali degli italici scriventi, ecco uno scrittore vero. Segnalammo qui 5 anni fa Piccoli animali, scene di orfanezza. Per scrivere Cattivi Torchio ha speso cinque anni, e si sente.


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