Cattivi/Torchio in prigione, con esattezza materica e sensoriale

Da mauriziotorchio.

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Cecilia Bello Minciacchi. Alias - il manifesto, 22 febbraio 2015.
«Cattivi», il nuovo romanzo dello scrittore torinese classe 1970, da Einaudi. Notevole coesione stilistica: periodi brevissimi, icastici; parole, gesti e cose sbalzati e gravi. Maurizio Torchio mette in scena così l’io narrante di un recluso


«Ti senti meglio, diceva mia madre, se le parole ti cal­zano bene». Chi parla è un «cat­tivo», ovvero, per ben nota strada eti­mo­lo­gica, «pri­gio­niero» e «mal­va­gio». È il pro­ta­go­ni­sta del nuovo romanzo di Mau­ri­zio Tor­chio (Torino, 1970) ora uscito per Einaudi, Cat­tivi (pp. 186, euro 19,00). Un erga­sto­lano che nell’infanzia è stato edu­cato al valore delle parole: ne cono­sce la dif­fe­renza col vuoto, e sa che in car­cere non si può men­tire, altri­menti «resti da solo, con quella voce che non è tua». Le sue parole sono lisce e com­patte, ce le passa con la stessa con­si­stenza, con la stessa cor­po­reità che ha, nel mondo di fuori, una taz­zina vera, ban­dita dal car­cere per­ché poten­zial­mente peri­co­losa: «metti in bocca la taz­zina ed è come avere un lavan­dino tra le lab­bra, tanto è spessa, pesante».

Cat­tivi è un romanzo di grande coe­sione sti­li­stica: periodi bre­vis­simi, spesso nomi­nali, ica­stici; movenze ana­fo­ri­che e para­tassi; con­net­tivi ridotti, scarsi, pre­di­le­zione per la deter­mi­na­tezza dell’asindeto; parole gesti e oggetti sbal­zati, con peso di mate­ria, gravi; voce densa, ispes­sita. Chi scrive – ma il tono ha l’efficacia di un rac­conto orale –, chi rac­conta, è un io che quando com­pare, alla seconda pagina, dopo la descri­zione minu­ziosa della per­qui­si­zione di un com­pa­gno rien­trato da un per­messo, lega il suo pro­nome a una nega­zione rei­te­rata: «Io non sono mai uscito in per­messo, né mai potrò uscirci». E poi, a riba­dire con evi­denza pal­mare l’assolutezza del suo uni­verso di pri­va­zione, poche righe dopo ripete il suo pro­nome in un periodo nomi­nale scarno, bisil­labo, «Non io», e così chiude sec­ca­mente finan­che la pos­si­bi­lità di incon­trare donne ai col­lo­qui. La scrit­tura è sop­pe­sata, tersa, d’inclinazione let­te­ra­ria. Evo­ca­tiva per ellissi e diver­sioni, per sospen­sioni o inter­ru­zioni a effetto. A tratti cata­lo­ga­to­ria – «ser­vono ginoc­chiere, un casco intorno alla testa; sulle mani: guanti; davanti agli occhi: una visiera. Gom­ma­piuma, cor­dura, kevlar. Sopra al petto, davanti al cuore, cera­mica anti­pro­iet­tile. Para­gambe, para­brac­cia. Man­ga­nello, scudo, spray» –, pun­tuale e scan­dita. Per­ché pararsi per andare a pic­chiare un dete­nuto è un rituale e le arma­ture ampli­fi­cano il senso di sé e della vio­lenza. Gli oggetti, nella sem­plice, nuda elen­ca­zione, si cari­cano delle emo­zioni pro­vate sia da chi li indossa, sia da chi li subi­sce. La scrit­tura di Tor­chio punta all’esattezza mate­rica e sen­so­riale, e attra­verso que­sta all’impatto sul let­tore. L’io nar­rante punta a guar­dare la realtà con occhio vigile e a darsi spie­ga­zioni, punta alla let­tura gno­mica dei gesti e delle scelte: «il nero assorbe la paura da chi lo indossa, e la pro­ietta fuori»; «fra chi ha le chiavi e chi non le ha non può esserci vera ami­ci­zia»; «non ci sono mira­coli senza grotte, senza terra e pie­tre intorno».

L’aspetto più riu­scito del romanzo è il tono del pro­ta­go­ni­sta con­dan­nato al «senza fine mai»: il suo modo di esporre osser­va­zioni e ricordi come da effet­tivi venti anni di reclu­sione, la cono­scenza accu­mu­lata, le regole di com­por­ta­mento intro­iet­tate, la capa­cità ormai acqui­sita di imma­gi­nare nei più minuti det­ta­gli anche fatti che non vede, per i quali usa un tempo futuro che dà cer­tezza alla con­get­tura, che la fa lucida di smalto. Ha assor­bito il respiro della strut­tura che lo puni­sce: «a forza di stare fermo, qui sotto, mi sono radi­cato nel cemento, inner­vato per tutto il carcere».

A far sen­tire certa ora­lità, e il farsi del pen­siero, sono la flui­dità dei tra­passi e delle con­nes­sioni ana­lo­gi­che. E la natu­ra­lezza del pro­ce­dere nar­ra­tivo, natu­ra­lezza artata, poi­ché la scrit­tura è polita, le inter­pun­zioni fitte, rit­manti. Il romanzo è costruito intorno a un’individualità pri­vi­le­giata, poche altre vi si acco­stano. Spro­fon­dato, com’è, nei pen­sieri di chi narra, ha un forte sapore esi­sten­ziale, per­corso a tratti da vena­ture sen­ti­men­tali. Se a domi­nare è l’espressione dell’io, l’uso mesco­lato delle par­ti­celle pro­no­mi­nali – si, ti, ci – è spia di un ince­dere più mosso, ete­ro­ge­neo: dalla forma imper­so­nale, al tu pure imper­so­nale ma più coin­vol­gente, alla cora­lità del noi.

Cat­tivi dà corpo a una realtà con­cen­tra­zio­na­ria atem­po­rale, in luogo non defi­nito – pri­gione in cui con­ver­gono mol­te­plici modelli dell’ampia let­te­ra­tura car­ce­ra­ria d’ogni lin­gua –, un’isola come molte, tra quelle spo­po­late e incolte, adi­bite a sedi peni­ten­zia­rie; del pro­ta­go­ni­sta non cono­sciamo il nome, gli altri sono iden­ti­fi­cati solo da sopran­nomi – Toro, Piscio, Coman­dante, la Pro­fes­so­ressa, Mar­tini, gli Enne –, le guar­die, salvo il diret­tore, non meri­tano nean­che un sopran­nome. È un uni­verso chiuso, in teo­ria fina­liz­zato al recu­pero dei con­dan­nati, in realtà alla pura sepa­ra­zione dei peri­co­losi dagli inno­cui. Stru­mento con­si­de­rato neces­sa­rio al vivere sociale, al man­te­ni­mento della lega­lità, il car­cere è in vero alle­go­ria della società. È per­fetto micro­co­smo per osser­va­zioni spe­ri­men­tali sulla vita di rela­zione, e sul suo abbru­ti­mento, sul suo degrado. Ed è forza dello Stato – si rifletta sull’epigrafe dalla Poli­tica di Ari­sto­tele scelta da Tor­chio, non nuovo a epi­grafi da filo­sofi che ben cono­sce (Pla­tone e Lucre­zio nei suoi pre­ce­denti libri). Come ha ricor­dato Fou­cault, la pri­gione si richiama da anni al con­cetto del Panop­ti­con, le cui pro­ce­dure – «sor­ve­glianza e osser­va­zione, sicu­rezza e sapere, indi­vi­dua­liz­za­zione e tota­liz­za­zione, iso­la­mento e tra­spa­renza» – sono «forme con­crete di eser­ci­zio del potere». Forme che inve­stono i dete­nuti come tor­ture inap­pel­la­bili: dure sono le rie­vo­ca­zioni che il pro­ta­go­ni­sta fa dei suoi anni d’isolamento, del buio totale inflitto per giorni, «Buio. Tutto l’infinito buio prima di nascere. Tutto l’infinito dopo». O della luce mai spenta di una lam­pa­dina blin­data che fa emer­gere il vuoto della cella con il pavi­mento incli­nato verso il buco cen­trale, «la tua bara con­verge verso quel buco».

Il cemento è un oltrag­gio, il rumore delle chiavi d’ottone con­tro le sbarre per con­trol­larne l’integrità è un oltrag­gio, l’odore della spaz­za­tura che mar­ci­sce intorno al car­cere e «sale fino al cielo» è un oltrag­gio. Così l’abbaiare con­ti­nuo dei cani nell’intercinta, così l’incredibile (ma auten­tico) pane puni­tivo. E «ogni oltrag­gio è morte», scri­veva Gadda nella Cogni­zione del dolore.

La distin­zione dei bloc­chi, sorvegliati/sorveglianti, è chiara in super­fi­cie, ambi­gua, invece, e com­plessa a scen­dere appena sotto. Che il car­cere a suo modo dia cer­tezza – anche tre­menda – è cosa ovvia, che esi­sta una distanza tra chi è den­tro e chi è fuori, oltre i muri, è vero ma solo in parte. Soprat­tutto è sfug­gente lo sta­tuto di vit­tima: ci pos­sono essere vit­time che hanno ucciso, vit­time che si legano ai loro car­ce­rieri, e car­ce­rieri a loro volta vit­time. Il pro­ta­go­ni­sta lo sa bene, per essere stato, nel mondo, car­ce­riere di una donna seque­strata. Sette mesi in un nascon­di­glio sco­sceso nel fianco d’una mon­ta­gna. E ci pos­sono essere anche padri che si legano all’assassino del pro­prio figlio, per­ché «è dif­fi­cile capire cosa fa il dolore, come lavora, come scava, chi mette in con­tatto e chi separa». Forse finiamo per amare, para­dos­sal­mente, chi ci toglie qualcosa.

Solo un timore può desta­bi­liz­zare ancora que­sta voce nar­rante che ha sop­por­tato di ucci­dere una guar­dia e di pagarne le con­se­guenze, e che si sospetta – suo unico rimorso – assas­sino mano­vrato, stru­mento nelle mani di altre guar­die. Solo la scom­parsa dei car­ce­rieri lo inquieta. Restare recluso dimen­ti­cato in un car­cere deserto, silente, privo di mezzi. Alle­go­ria e rifles­sione si aprono, allora, e inve­stono pie­na­mente la libertà, e il potervi credere.


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