Piccoli animali/L’epoca spossata

Da mauriziotorchio.

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Nicola Villa. Lo Straniero, 1 aprile 2009.

Più di un libro sull’adozione filiale, il primo romanzo del quarantenne torinese Maurizio Torchio, è un libro sulla mutazione antropologica, sociale, storica e affettiva che l’uomo occidentale e borghese subisce e agisce in questi ultimi decenni. I personaggi di Torchio vivono tutti la perdita della naturalità e il loro rapporto con le cose e con il reale è ormai mediato irreversibilmente dalla tecnica e dai supporti più disparati. Il coro impersonale che si leva da queste pagine attraversa territori e tempi come delle funzioni matematiche e letterarie, rivelando la cifra sperimentale di tutto il libro: ci sono Natalie e David in America che scelgono il loro futuro figlio selezionando le foto e video dal sito di un orfanotrofio che mette in esposizione i bambini su internet; in Italia Fausto e Annalisa incappano nella sadica e umiliante burocrazia delle adozioni; c’è la solitudine di Laura divisa tra un compagno fissato per i wargames e un amante che frequenta una palestra dove, oltre al culto per corpi muscolosi/mostruosi, si predica la risurrezione della carne; c’è infine Svetlana Stalin, figlia del padre adottivo del comunismo, che scappa dalle attenzioni soffocanti del padre, mentre in un mausoleo sotto la piazza Rossa il cadavere di Lenin viene accudito dagli imbalsamatori. Torchio, dopo la raccolta di racconti Tecnologie affettive (Sironi 2004), dà vita a un’opera molto nervosa in cui i legami e le relazioni come i piani narrativi sono sfilacciati, in cui si inseriscono visioni molto efficaci che si contaminano a vicenda. Il titolo è preso da una frase di Lucrezio, citata in apertura, dal secondo libro del De rerum natura: “E ormai appunto la nostra età è spossata, e la terra, sfinita dal partorire, a stento genera piccoli animali, essa che tutte le stirpi generò, e dette alla luce immani corpi di fiere”. La nostra è un’epoca non più in grado di dare vita a individui capaci di stabilire una sintonia con gli altri e con i propri desideri e sentimenti, con la sola speranza di una adozione trascendentale che liberi da una condizione terrena, “in scala”, di orfanità. E l’utilizzo delle storie provenienti dall’Unione sovietica, la parte più ardita del romanzo, non sono uno stratagemma narrativo, ma la concretizzazione storica e politica di questa perdita attraverso l’adozione grottesca del corpo imbalsamato del padre della rivoluzione fallita e l’oppressivo amore paterno del dittatore adottivo della nazione. E proprio quando i temi si intrecciano più fittamente che il libro sembra aprirsi a tematiche più serie e generali: i “piccoli animali” sono anche i soldatini utilizzati nei giochi di ruolo di guerra e strategia bellica che si animano e sono testimoni delle stesse sofferenze e tragedie delle guerre del Novecento. Torchio racconta il ritiro dei soldati italiani dalla Russia o i suicidi dei russi dopo la caduta del Muro rifacendosi esplicitamente (in bibliografia) alle opere di Svetlana Aleksievic, Ryszard Kapuscinski e Nuto Revelli in un tentativo di rimontaggio e riutillizzo sperimentale di documenti e testimonianze di un passato che sembra lontanissimo.


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