Tecnologie affettive/Intervista con Elisabetta Beneforti

Da mauriziotorchio.

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Elisabetta Beneforti. Il popolo del blues, 1 aprile 2005.


Maurizio Torchio è nato a Torino nel 1970. Laureato in Filosofia, dirige l’Archivio Storico Fiat. Ha pubblicato ‘Diario di vita a tre in una latrina’ (Scriptorium, 1993), ‘Dio &c.’ (Stampa Alternativa, 1994),’Tecnologie affettive’ (Sironi, 2004)


1. Da dove viene Maurizio Torchio scrittore? Ho fatto il perito tecnico industriale, ed ero il più bravo a fare i temi. Così quando, intorno ai diciotto anni, mi capitò un periodo difficile, mi sembrò naturale rifugiarmi nella scrittura. Cioè rifugiarmi dove ero considerato il più bravo.

2.Immagina un istant book che raccolga tendenze/movimenti letterari : senti di apparire fra uno di questi o vivi il tuo percorso di scrittura al di fuori di qualsiasi pur ovvio riferimento? Leggo troppo poco per poterti rispondere. Mi sento al di fuori di tendenze e movimenti, ma può darsi sia solo cecità.

3.Che musica possiamo individuare all’interno della tua scrittura? Come ritmo e atmosfere non saprei. Nel libro, l’unico riferimento esplicito è l’aria E lucevan le stelle. Accompagna e scandisce l’eutanasia di un personaggio, perché: “il melodramma è un modo serio, realistico di morire”. Da piccolissimo impazzivo per l’operetta e i balli al palchetto. Adesso mi piacciono i musical. Resto convinto che in alcune situazioni, di fronte a certe emozioni, mettersi a cantare e ballare, magari con coreografie un po’ kitsch, sia fra le cose più serie, umili, realistiche e decorose da fare.

4. Allora ci puoi indicare una tua playlist di brani musicali… Una playlist è troppo impegnativa. Ci metto solo uno standard: Round Midnight, nell’esecuzione di McFerrin, Hancock, Carter e Williams. Ovvero quella del film di Tavernier. Forse non è la più bella delle Round Midnight, ma è stato il mio primo contatto con il jazz.

5.Veniamo al tuo ultimo lavoro, “tecnologie affettive”: con quale idea nascono questi racconti? Sono nati lungo l’arco di dieci anni, ognuno a modo suo. Alla fine, però, salta all’occhio che sono parenti stretti. Ritornano i temi del potere, della tecnologia, del bisogno di affetto.

6.I tuoi personaggi si presentano al lettore con caratteristiche a metà strada fra un lucido realismo e una surrealità assolutamente straniante; non è immediato intuire da quale parte li hai visti o li hai immaginati… In alcuni casi mi sono sforzato di sottolineare l’assoluta normalità di personaggi capitati in un ambiente surreale. In altri casi il surreale si è sprigionato, come una nebbia, dalla normalità dell’ambiente. E ha finito con l’intossicare i personaggi.

7.Platone e il dizionario di sociologia sono le fonti delle due lunghe citazioni all’inizio del libro e valgono come indicazioni di lettura, certamente non casuali… Spiegano cosa intendo per tecnologia, perché la considero importante, perché non la demonizzo. Spiegano che tecnologia non è soltanto oggetti, o macchine, ma anche modi di organizzarsi, istituzioni, espedienti. Qualunque applicazione pratica della razionalità. La tecnologia fa parte della natura delle donne e degli uomini, perché le donne e gli uomini sono, alla nascita, i più sprovveduti fra tutti gli animali. Gli umani sono naturalmente artificiali. Questo però non significa gioire per ogni nuova protesi. Significa cercare di tirare avanti.

8.La filosofia, tuo background di studio e ricerca, in che modo funziona dentro la scrittura creativa? Trovo molto stimolante tutta la scrittura non fiction (filosofia, scienze sociali, scienze dure, giornalismo investigativo, storie di vita…), sia per i contenuti che per la forma. Calvino non si limitò ad usare brandelli di divulgazione scientifica come spunto per le Cosmicomiche: considerava la prosa di Galileo Galilei la più bella di tutta la letteratura italiana. A me piacerebbe dare corpo, particolari, fantasia, a contenuti importati dalla sociologia, dalla geopolitica, dall’etologia. Ma anche arrivare a padroneggiare un po’ i registri, gli stili, i modi di guardare al mondo caratteristici delle diverse discipline. Poi è ovvio che di tutti questi saperi con capisco quasi nulla e arrivo, bene che vada, al verosimile. Ma, in quanto narratore, credo di essere legittimato a usarli lo stesso. Questo enciclopedismo mimato è forse il massimo di ricomposizione possibile. In ogni caso: ho sempre avuto molta stima di Bouvard e Pécuchet.

9. E Torino, tua geografia e tempo esistenziale, per te è un luogo di… Non sono mai stato via da Torino per più di due mesi di seguito. Quindi Torino è innanzitutto un luogo da cui vorrei allontanarmi. Se non altro per capire com’è, Torino.

10. …senza dimenticare che Torino è anche la città della scuola Holden – che pensiero hai su questo modo ormai preponderante nel panorama letterario di produrre scrittori e scrittura? Non ne so nulla. Sospetto però che le scuole di scrittura, almeno le migliori, possano essere un modo intelligente di passare il tempo libero.

11.Lasciami con qualche buona dritta su libri da leggere prossimamente… Molto volentieri. Sono appena rimasto folgorato da Preghiera per Cernobyl, di Svetlana Aleksievic, Edizioni e/o. La Aleksievic è una giornalista ai livelli di Orwell, Kapuscinski, Capote. Dunque il libro è poetico, vero e interessante dall’inizio alla fine. Ma le prime trenta pagine sono qualcosa di più. Non ricordo di aver mai letto, sul tema amore/morte, nulla di più intenso delle prime trenta pagine di Preghiera per Cernobyl.

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