Tecnologie affettive/Passione e declino di un dirigente attraverso gli occhi del suo autista

Da mauriziotorchio.

< Tecnologie affettive
Giuseppe Berta. La Stampa, 2 dicembre 2004.

Un racconto sul tramonto di una vita industriale


Come volge al termine la carriera di un dirigente industriale di grado elevato? Quali pensieri accompagnano un manager che vive il tramonto della sua vita professionale mentre cambia intorno a lui il mondo dell’impresa in cui ha lavorato per tanti anni e di cui ha impersonato l’immagine pubblica? È rara la narrazione di questo lato dell’esperienza dell’industria: Maurizio Torchio ne fa il tema del primo (e forse più significativo) racconto della sua raccolta Tecnologie affettive. Nessuno soprattutto, prima di lui, si era misurato con la descrizione di un’atmosfera che è quella del declino di una forma industriale e di uno stile nella conduzione dei rapporti d’impresa, contrappunto alla conclusione della storia manageriale di Vittorio Arranti, il protagonista del racconto di Torchio.

Le pagine di Torchio sono originali perché in esse confluisce una varietà di punti di vista. L’Autore, che da due anni è responsabile dell’Archivio Storico Fiat, conosce la vita dell’impresa dall’interno per avervi preso parte da tempo. Ma ha anche conseguito un dottorato in sociologia, ha realizzato un video sul microcosmo delle impiegate Fiat di un tempo e, come rivela ora questo libro, si dedica alla scrittura creativa. Si potrebbe dire che il ritratto del manager Arranti è il condensato di riflessioni che derivano dall’osservazione diretta dell’autore, dalla sua propensione ad analizzare gli aspetti della quotidianità aziendale attraverso il filtro critico del sociologo e da una sensibilità descrittiva debitrice al cinema non meno che alla letteratura.

Per quest’insieme di ragioni occorre sottrarsi a una lettura iperrealistica del racconto. È evidente che l’Acme che fa da sfondo all’antivigilia di Natale, trascorsa da Arranti a una festa aziendale nella cornice di un impianto di produzione, possiede i lineamenti della Fiat, così come del resto è Torino l’ambiente di riferimento, ma è una Fiat idealtipica, trasfigurata in un simbolo della grande impresa di fine Novecento, con i riti interni, i codici di comportamento, la densa struttura di relazioni che la innervano. Non ha senso dunque indugiare nel gioco di chi risulti nella realtà più somigliante ad Arranti: in lui, o almeno in alcuni dei suoi tratti, potrebbe riconoscersi una generazione di manager di alto profilo, accomunati sia dall’ascesa professionale sia dall’abbandono delle responsabilità operative al cambio di un’epoca.

Riesce ben più interessante soffermarsi sul modo in cui Torchio traccia la figura di Arranti: lo fa presentandocelo attraverso lo sguardo affettuosamente devoto della persona che in fondo gli è più vicina, quella del suo autista, che gli è a contatto da ventotto anni. Forse soltanto chi abbia conosciuto il piccolo mondo degli autisti aziendali potrà apprezzare la finezza con cui si disegna il carattere del secondo protagonista del racconto, il fedele Di Monte. Questi incarna la summa delle virtù che un autista deve possedere quando è assegnato a un top manager: sa che un autista deve essere più bravo a parlare che a guidare, perché “è tenuto a parlare solo se il capo ci mette dentro un gettone di parole”. Le sue riposte alle sollecitazioni del dirigente che porta nell’auto devono durare pochissimo, perché “il capo deve poter scegliere, a intervalli di dieci secondi al massimo, se far continuare o morire la conversazione”. È testimone di colloqui telefonici delicatissimi e finisce a volte per sapere dei problemi aziendali ciò che viene a conoscenza di pochi. Ma non può tradire la propria impassibilità. Con la segretaria, colei che costituisce il tramite o il diaframma fra il capo e il resto del mondo, forma il piccolo nucleo che identifica la propria funzione col ruolo di manager da cui dipende. L’identificazione è così spinta che Arranti sa bene che quando si ritirerà dovrà cercare un nuovo lavoro per la segretaria, “troppo giovane per andare in pensione, e troppo frusta per tutto il resto”. Infatti, “nessuno la vorrebbe. Nessuno di importante per lo meno”.

Ma, dietro forme che paiono esasperate, vi è la materia pulsante di una vita industriale di cui un manager come Arranti sente forte nostalgia. La passione e il gusto per la negoziazione sindacale sono elementi dominanti della sua personalità di lavoro: prova per il sindacato il rispetto che si ha per un oppositore di cui non si può fare a meno. È diverso in questo dalle nuove leve manageriali più giovani, che diprezzano le relazioni industriali e alle lunghe trattative sindacali preferiscono le copertine delle riviste patinate per le élite degli affari. Ciò svela un rimpianto non confessato per la grande impresa fordista, con le due schiere organizzate e fitte di uomini, ormai soppiantata dall’impresa “piatta”, snella e con scarsa gerarchia, del Duemila.

Questo tramonto di un manager che segna il distacco dal modello industriale del secolo scorso è raccontato da Torchio, al contempo, con capacità di distacco critico e una sorta di partecipazione affettuosa. Non nega che il suo Arranti abbia fatto parte della categoria dei “prepotenti”, ma questo è stato mitigato in lui dalla coscienza di un compito da svolgere, dal senso dell’ironia e dalla consapevolezza di essere alla fin fine anche lui un lavoratore dipendente, che forse bastano a salvargli l’anima. Non è poco per chi ha attraversato gli ultimi decenni del Novecento dal ponte più alto di una grande impresa.


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